Abruzzo è il mio ideale di paesaggio montano e tradizioni. Il mio Abruzzo è terra genuina, selva impenetrabile di alberi contorti e pietre. Gente di montagna dagli occhi scuri e profondi e volti scavati come solchi nella rupe più scoscesa. Abruzzo è anche mare, pescoso e pulito lungo una costa che, diversamente dal resto della regione, è piana e tranquilla; ma è solo tra gli anfratti del parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga che puoi recuperare i ricordi del tuo passato. Godere del calore del fuoco alimentato dal leccio secolare mentre fuori il vento impetuoso diventa ghiaccio. Tenere tra le mani una ciotola di minestra di farro Alvese accompagnata ad un bicchiere di Terre Aquilane doc nero e profumato. Qui incontri persone vere e puoi finalmente parlare sottovoce. Come un tempo si faceva tra vecchi saggi. Quindi scoprire tra valli erose dall’acqua e dal vento antichi borghi spesso arroccati a strapiombo su baratri selvaggi e mozzafiato.

Ed ecco che, a volo d’uccello senza itinerario se non quello del cuore, arrampico seguendo un profumo intenso di pane cotto su forni a legna su strade tortuose in serre sempre più profonde tra laghi turchesi e monti innevati, fino a Scanno. Non ci sono stagioni non ci sono tempi e climi favorevoli. Il vecchio borgo è una cascata di tetti degradanti ed è bianco e coperto di neve ma è anche lucente di prati e boschi primaverili. E sono mille le sfumature, dal giallo al rosso al ruggine, appena dimenticata l’afa rumorosa di cicale estive.  Lì accanto Villalago e ti trovi immerso in un mondo meraviglioso, quasi mistico, quando mamma orsa attraversa la piazza con i suoi quattro piccoli orsacchiotti.  Così pure a Civitella Alfedena, lontana e scontrosa, dove il garrire delle rondini tiene a distanza il silenzio irreale dei lupi marsicani.

A Pescasseroli conosci il Parco Nazionale e vorresti averlo fatto cent’anni prima. Troppe sono le offerte di svago, innumerevoli le escursioni, infiniti gli orizzonti. Lasci Pescasseroli e un altro luogo del tuo viaggio ti lascia stupefatto: Santo Stefano di Sessanio. Una montagnola di vecchie case di mattoni gialli e vecchie tegole in equilibrio su tetti e torri sconnesse. I viottoli del borgo medievale ogni tanto si infilano sotto altre case per poi esplodere in spiazzi assolati e cortili infiorati. E sempre ti accompagna un suono dialettale, una faccia ed uno sguardo dietro un uscio semiaperto. Sempre una mano da stringere e un bicchiere di acqua fresca per un viandante sconosciuto.  

Pescocostanzo ha un nome dolce e per arrivarci devi sempre costantemente salire. E’ diverso dagli altri borghi. Palazzetti signorili allineati fino ad arrivare alla piazza principale, una chiesa una scalinata ed un panorama interminabile oltre una balaustra. Magari ci trovi anche i suonatori di zampogna o piva che dir si voglia. Anche Pescocostanzo è in alto: 1.395 metri sul livello del mare e l’entrata delle case, di quelle povere e di quelle meno povere, è un paio di metri di scale ancora più su. Sono gradini oltre la neve per consentire, anche quanto la tormenta non lascia tregua, l’accesso alle cucine dove, sul paiolo in rame, si prepara la pecora alla cottora, un piatto della transumanza.

Ritornando verso nord, lungo il mio viaggio senza bussola, arrivo a Sulmona. Anzi è Sulmona che mi avvolge perché questa cittadina è un vasto capoluogo per davvero. Sulmona sul fiume Gizio patria di Ovidio e dei confetti. Un accostamento temerario ma entrambi hanno dato e danno lustro a questa città. Quello che però affascina un viaggiatore dell’Abruzzo è sempre la montagna. E la montagna qui è la Majella. Un bastione verticale impenetrabile che osservo oltre le volte dell’acquedotto medievale molto sopra le tende bianche del mercato cittadino.

Da Sulmona verso Anversa degli Abruzzi, sopra uno scoglio, come un paese delle cinque terre ma senza mare e senza i colori sgargianti di quei luoghi. Anversa è la porta dell’orrido che porta a Castrovalva e Scanno. Castrovalva. Un borgo che sembra irraggiungibile. Un mucchietto di case su di uno sperone roccioso sentinella dei cammini percorsi in terra abruzzese. Dalla parte opposta, al di là un vuoto quasi spaziale, diparte la via verso il paese di Cocullo. Il paese è stralunato come l’anziano che seduto accanto all’entrata del museo dei Serpari racconta del paese antico, per molto tempo isolato, e della festa dei cacciatori di serpi e di quando anche lui lo era. Ora è triste: il paese è vicino ad uno svincolo autostradale, la montagna è diventata parco eolico ed i serpenti non ci sono.

E’ tempo di volare a Rocca Calascio. Servono davvero le ali. La Rocca è più in alto dell’azzurro e le nuvole stanno sotto. Sopra le mura antiche volano le aquile. Rocca Calascio la trovi ovunque. Sulle riviste, sui depliants delle Agenzie, è fotogenica ed è desiderio degli occhi. Quando la vedi scopri che è proprio così. E’ emozione unica. Quando, alla fine di un breve tratturo, arrivi alla chiesetta di Santa Maria della Pietà sei già ampiamente appagato. Ma il meglio deve ancora venire. La Rocca appena più avanti è un castello delle streghe diroccato, una visione irreale. Sopra l’ennesimo sasso un ammasso di altri sassi e pietre e mura e torri e spalti. Tutt’intorno, oltre alle nuvole, un paesaggio spietato. Pochi alberi, distese di erbe gialle ed in lontananza la terra reale.

E’ tempo di raggiungere il capoluogo di Regione. L’Aquila nonostante il bel nome evocativo dovrebbe, come si conviene ad una vera città, stare più in basso. Stranamente dobbiamo ancora salire. Fino al cuore del massiccio del Gran Sasso, l’altopiano di Campo Imperatore. Sembra una strada interminabile ma alla fine di agevoli tornanti si apre un verdissimo ovvero un giallissimo o bianchissimo pianoro. Un semideserto delle Ande peruviane, una iconica prateria delle Highlands scozzesi. Non ci sono mai stato in quei posti ma credo debba essere più o meno così… ma probabilmente Campo Imperatore, questa immensa, selvaggia ed incontaminata bellezza che ora è nelle mie gambe e nel mio cuore è diversa, accessibile e più onesta.

Chiudo per un attimo gli occhi. Prima di scendere verso l’Aquila Margherita mi riporta con i piedi per terra e mi chiede di riprendere il mio posto. Ovviamente l’ultimo sedile in fondo alla corriera della nostra spedizione terrestre. Adesso tocca alla città, ma senza nervosismo. In maniera naturale come tutto il viaggio. L’Aquila è un cantiere e sta rinascendo dopo il terremoto. Purtroppo molto dopo la catastrofe iniziata nel 2008. Insolita La Fontana delle 99 Cannelle superbe le vetuste Chiese e le piazze; arosticini in bracieri all’aperto lungo la strada ma pochi turisti. Nemmeno noi siamo turisti. Siamo Marsicani. L’Abruzzo non è un piacere collettivo e fracassone è solo un piacere necessario per ritrovare una dimensione umana. Una gita o un viaggio organizzato da Margherita non è solo distrazione o svago e nemmeno esperienza impersonale. E’ una opportunità ed è semplicemente quello che ho vissuto. Esattamente come l’ho raccontato.

di Gigi P.

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